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Come prevenire stanchezza e crampi durante le lunghe camminate di caccia: esercizi e alimenti utili

Elisa Milozzidi Elisa Milozzi· 23/08/2026 12:47
Come prevenire stanchezza e crampi durante le lunghe camminate di caccia: esercizi e alimenti utili

All’alba, nella brina tenue sopra i lariceti della Val di Rabbi, il fiato disegna nuvole piccole e rotonde. Ricordo una traccia fresca di camoscio che tagliava il pendio, i passi leggeri di mio padre poco più avanti, e quella fitta al polpaccio sinistro che, da un momento all’altro, voleva trasformare una giornata di montagna in una marcia storta. Mi sono fermata, ho respirato come si fa quando la camera del documentario resta accesa e non puoi permetterti un tremolio. Alcune abitudini, capisci col tempo, salvano più di un colpo d’occhio ben piazzato.

Partire preparati non è una formula magica, è un gesto di rispetto verso il terreno, il selvatico che segui e il corpo che ti porta. In anni di escursioni di caccia alpina, ho imparato a prevenire stanchezza e crampi con metodi semplici, costanti, praticati lontano dal clamore della partenza. È un’attenzione che comincia giorni prima, continua dal primo sorso d’acqua del mattino e non finisce alla prima sella conquistata.

Preparazione fisica mirata

Il corpo che sale per ore, tra pendenze mutevoli e fondo irregolare, è un corpo che chiede elasticità e forza di tenuta. La differenza, lo dico sempre, la fanno i movimenti semplici ripetuti con costanza. Penso alle caviglie che disegnano cerchi lenti, ai fianchi che si risvegliano con rotazioni morbide, ai polpacci educati con alzate su gradino, lente in discesa, pronte a reggere i ritorni lunghi. Gli affondi camminati stabilizzano e insegnano il passo ampio senza strappi, gli squat controllati allineano la catena posteriore, una tavola per l’addome tiene insieme il busto quando lo zaino prova a tirarti indietro. Bastano sedute brevi, tre volte a settimana, per quattro settimane prima della stagione: è un investimento che si sente quando la traccia gira in un traverso e non cedi un centimetro alla gravità.

Nelle giornate in quota, un riscaldamento essenziale fa la differenza. Cinque minuti di cammino lento, poi qualche slancio di gamba, spalle che ruotano, schiena che si allunga. Non serve di più: serve farlo. Il muscolo avverte il segnale e risponde meglio alla richiesta continua di energia. Così si allontanano i crampi, che spesso non sono altro che proteste per un gesto che ha chiesto troppo, troppo in fretta.

Gestione del passo e della respirazione

La montagna insegna che la fretta è un debito a interessi alti. Il passo efficace è regolare, corto nei tratti ripidi, ampio solo dove il terreno regala margine. Mi aiuta l’idea di una cadenza costante, come un metronomo silenzioso che non accelera al primo entusiasmo né crolla alla prima lingua di sassi. Le braccia partecipano, aprono il torace, alleggeriscono l’impronta. Quando la pendenza si fa severa, conto il respiro: due passi in inspirazione, due in espirazione. È un ritmo semplice che impedisce di bruciare energie in dieci minuti per rimpiangerle nell’ora successiva.

L’errore comune è inseguire il compagno più fresco o un orizzonte che sembra vicino. Allora preferisco le micro soste, appena il tempo di sciogliere la mandibola, liberare le spalle, bere un sorso. Non sono pause di resa, sono ancoraggi. E sul lungo, fanno miracoli. È un modo per restare dentro la propria marcia, ascoltare il ginocchio che chiede un cambio di pendenza, il polpaccio che gradirebbe un appoggio più pieno, il cuore che trova la sua musica.

Idratazione e sali minerali

Nei giorni di salita la sete non arriva sempre per prima, ma il corpo ha bisogno di essere rifornito con regolarità. Bevo prima di avere sete e continuo a piccoli sorsi, specie quando il sole batte sui ghiaioni o il vento asciuga la pelle. L’idratazione non è solo acqua: sodio, potassio e magnesio regolano impulsi e contrazioni; quando mancano, il crampo è dietro l’angolo. Porto con me una borraccia con soluzione elettrolitica leggera, che alterno all’acqua naturale. Se il sudore è abbondante, integro più spesso. Il colore dell’urina, pallido come la paglia chiara, resta un indicatore semplice ma utile.

In quota, il corpo spende energia anche per restare alla sua temperatura ideale. È la sottile danza della Termoregolazione, che consuma liquidi e sali senza far rumore. Nei trasferimenti lunghi, soprattutto quando filmo, aggiungo un sorso ogni mezz’ora a prescindere dalla sete e scelgo capi tecnici che aiutino a dissipare o trattenere calore secondo necessità. Sudare meno non significa sempre lavorare meno: spesso significa lavorare meglio.

Cosa mangiare prima, durante e dopo

La sera prima di una lunga camminata evito eccessi e cibi difficili da digerire. Mi piace una cena semplice, con cereali integrali, una porzione di verdure e proteine leggere. Al mattino, non salto la colazione: pane integrale con un velo di miele, yogurt o formaggio magro, frutta matura. Così tengo in equilibrio la glicemia e saluto la fame nervosa che accende strappi inutili.

Durante la salita punto su piccoli rifornimenti frequenti. Una manciata di frutta secca, una barretta non troppo zuccherina, un panino piccolo con speck sottile e formaggio delicato, così da sommare sale e proteine senza appesantire. Nei giorni più duri porto qualche dattero o fichi secchi: dolcezza pronta quando le gambe chiedono un segnale positivo. La caffeina aiuta, ma la uso con prudenza e solo se so come reagisce il mio corpo; preferisco una tisana tiepida dal termos per restare lucida nelle ore fredde.

Dopo, mi concedo una finestra di recupero. Carboidrati e proteine insieme aiutano a ripristinare il Glicogeno e a riparare il muscolo. Una zuppa calda con legumi, una fetta di pane di segale, un pezzetto di formaggio di malga. Il gusto ha un ruolo preciso: è la promessa mantenuta che rende sostenibile la routine, settimana dopo settimana.

Scarponi, calze e cura dei piedi

Le gambe portano, ma sono i piedi a raccontare la verità del terreno. Scarponi con tomaia solida, suola affidabile e mezzo numero in più per il piede che si gonfia dopo ore di appoggi fanno già metà del lavoro. Le calze, meglio in lana merino o in mischia tecnica, evitano sfregamenti e gestiscono l’umidità. Io cambio il paio a metà giornata se il passo è stato umido o caldo: è un gesto piccolo che regala chilometri puliti.

La sera prima un velo di crema ammorbidente sulla pianta e tra le dita riduce gli attriti. In salita ripasso l’allacciatura, alleggerendo sul collo del piede quando il terreno si mette a picco e stringendo nel traverso per stabilizzare la caviglia. Se sento il primo pizzico da vescica, intervengo subito con un cerotto specifico: la prevenzione è tempo guadagnato e dolore mancato.

Zaino, bastoni e carico intelligente

Uno zaino bilanciato è una promessa di schiena felice. Distribuisco il peso alto e vicino al baricentro, carico l’acqua in modo da non trascinare il lato dominante e regolo la cintura lombare a inizio salita e poi di nuovo, quando il corpo si scalda. I bastoni da trekking, quando il terreno lo consente, scaricano l’impatto, salvano le ginocchia in discesa e aiutano a mantenere un ritmo costante. Non sono un segno di debolezza: sono una tecnologia semplice che prolunga la longevità delle articolazioni e tiene i crampi lontani, specialmente nei tratti lunghi in cui la muscolatura posteriore tende a indurirsi.

Segnali di allarme e recupero

Il corpo comunica in anticipo. Un polpaccio che sfarfalla, una coscia che si indurisce, l’attenzione che si stringe come se avesse sete: sono segnali da onorare. Quando arriva il crampo, interrompo il gesto e porto il muscolo in allungamento dolce, senza violenza. Respiro profondo, qualche secondo di pausa, un sorso di soluzione salina. Riparto più piano, cercando un appoggio pieno e un rullaggio del piede che diluisca la tensione. La sera, stretching breve, calore locale e, se serve, un leggero automassaggio. Il sonno farà il resto.

Il giorno dopo non rincorro l’orgoglio di recuperare chilometri. Preferisco una camminata più breve, elastica, che riattivi senza stressare. È così che il corpo memorizza la lezione e torna a chiedere strada con fiducia. Chi gira per la montagna sa che non conta la singola salita, ma la somma dei giorni in cui il gesto resta fluido e pulito.

Alla fine, prevenire la stanchezza e i crampi significa soprattutto conoscersi. Ho imparato a leggere me stessa come leggo una pista nella neve: la profondità, la direzione, la storia che racconta. Non sempre si indovina tutto, ma quasi sempre si fa la scelta giusta al momento giusto. In quell’alba in Val di Rabbi, la fitta al polpaccio si spense perché avevo dato al corpo gli strumenti per spegnerla. La traccia del camoscio scese al torrente e poi si perse nel folto: la mia, invece, continuò regolare, leggera quanto basta per ascoltare il bosco e il cuore insieme.

Elisa Milozzi
Elisa Milozzi

Elisa Milozzi, nata in una famiglia di cacciatori trentini, ha imparato a riconoscere le tracce degli animali già da bambina. Condivide la sua esperienza nelle escursioni di caccia alpina e collabora spesso nelle riprese di documentari naturalistici dedicati alla fauna selvatica.